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AFFABULAZIONE

Affabulazione è un Edipo Re che si mescola con il mito di Cronos. È un sogno angoscioso, un viaggio labirintico nella coscienza della classe borghese nel 1966, oggi, invece, nella coscienza di tutti noi. La tragedia di Pasolini diventa nella lettura del regista Marco Lorenzi un thriller psicologico crudele, a tratti noir, perturbante e surreale.

di Pier Paolo Pasolini

regia Marco Lorenzi

con Danilo Nigrelli, Irene Ivaldi, Roberta Lanave, Barbara Mazzi, Riccardo Niceforo

dramaturg Laura Olivi

scenografia e costumi Gregorio Zurla

calco e maschere Alessandra Faienza, Ilaria Ariemme

disegno luci Giulia Pastore

disegno sonoro Massimiliano Bressan

assistente alla regia Yuri D’Agostino 

suggeritrice Federica Gisonno

scene realizzate dal Laboratorio di Scenotecnica di ERT

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con AMA Factory e Il Mulino di Amleto
si ringrazia TPE – Teatro Piemonte Europa

nell’ambito di Come devi immaginarmi dedicato a Progetto Pasolini

a proposito dello spettacolo

Un sogno, solo in parte dimenticato, è l’inizio di una discesa agli inferi, allegoria della società moderna.

In una famiglia alto borghese un Padre vive, con sempre maggiore ossessione, una doppia tragedia: da una parte il suo lento e inesorabile diventare vecchio e dall’altra la sua sempre più morbosa attenzione verso il Figlio e ciò che rappresenta, con la sua fecondità da ventenne, la sua forza di giovane adulto pronto a rimpiazzare il Padre.

Affabulazione è un Edipo Re che si mescola con il mito di Cronos. È un sogno angoscioso, un viaggio labirintico nella coscienza della classe borghese nel 1966, oggi, invece, nella coscienza di tutti noi. 

La tragedia di Pasolini diventa nella lettura del regista Marco Lorenzi un thriller psicologico crudele, a tratti noir, perturbante e surreale.

NOTE DI REGIA - Marco Lorenzi

NOTE DI REGIA - Marco Lorenzi

«Nel salotto del Padre, della Madre e del Figlio entrerà un treno a distruggere tutto quello che non vuole essere distrutto anche se lo è già, anche se tutto è già finito. Questa versione lynchiana della sacra famiglia sembra la trama di un horror, sembra premonizione di questo tempo allucinato in cui viviamo.

Partendo da questo presupposto siamo arrivati a leggere in Affabulazione qualcosa di inedito e potente. Questa gigantesca sfida teatrale per me, oggi, ci parla di un’epoca (la nostra) già morta ma che non accetta di morire. E che di fronte alla possibilità dell’arrivo di un “futuro del tutto imprevedibile” vive un’angoscia totale.
Vedo in Affabulazione un sogno angoscioso (forse sarebbe meglio dire un incubo?), un viaggio labirintico nella coscienza della classe borghese nel 1966, che oggi, invece, si trasforma in un viaggio nella coscienza di tutti noi.

Affabulazione è un Edipo Re che si mescola con il mito di Cronos mentre racconta di tutti i padri che si ritrovano a mangiare i propri figli per paura di perdere il potere, il possesso. E alla fine si ritrovano ridicoli mendicanti che balbettano frasi sconnesse in una stazione ferroviaria in preda ai fantasmi del loro passato, nel deserto della loro coscienza.

Sono partito dall’intuizione confermata dall’analisi del testo di Pasolini, che Affabulazione non si muove in modo lineare su un percorso cronologico chiaro. Al contrario la sua drammaturgia è circolare, l’ultima scena è la chiave di accesso al sogno iniziale del Padre. Solo così ci è possibile capire che il piano di realtà del testo non è la villa in cui si svolge gran parte della vicenda, ma l’ultimo scenario: la stazione ferroviaria. Tutto il resto è un ricordo, un’allucinazione, una sconsolata ricostruzione, una messinscena del passato…un’affabulazione appunto.

Ho scoperto così che tutto diventava più chiaro, che Pasolini ha disseminato, nella sua scrittura poetica e meravigliosa, una serie di indizi per poter ricostruire questo percorso all’incontrario. Che una luce c’era e poteva essere seguita fino alla fine. In questo modo la tragedia di Pasolini è diventata nella nostra lettura un thriller crudele, a tratti noir, perturbante e surreale. E ci è stato possibile anche amplificare tutta la vena grottesca e di parodia che Pasolini tanto amava e che spesso viene ignorata nella messinscena dei suoi testi.

Grazie a tutto questo è stato possibile costruire con libertà e creatività un immaginario attraversato da agnelli antropomorfi come contrappunto alla famiglia originale del testo, mischiare piani di presente e passato con un montaggio spaziale sovrapposto, sostituire l’Ombra di Sofocle originale con l’Ombra di Pasolini (interpretato da un’attrice e non da un attore) rendendolo simbolo dolente di tutti i profeti non ascoltati della storia umana»

trailer

tournée

Prima assoluta: dal 18 al 21 maggio 2023 – Teatro Arena del Sole – Bologna

rassegna stampa

Maria Dolores Pesce, Dramma.it

«[…] Una narrazione dell'oggi dunque, ma una narrazione appunto 'binaria' che parla dell'individuo e della Società che lo ha prodotto in fondo per imprigionarlo, il cui transito scenico è capace di raccogliere l'aspetto grottesco della contrapposizione tra il piano della realtà e quello della proiezione che è nell'arte di Pier Paolo Pasolini, una contrapposizione 'parodistica' che è contraddizione dentro il giudizio che siamo chiamati a dare alla realtà, individuale e storica, mentre la viviamo, e la cui mancata risoluzione può avere, come qui ha, il suo prezzo nella 'follia' che ci espelle.

Una messa in scena valida per un testo molto complesso e stratificato, forse il più complesso tra le tragedie di Pier Paolo Pasolini, una tragedia della parola 'fàtica' ben organizzata in scena, per una recitazione di qualità da parte dei protagonisti, dentro un contesto scenografico, di costumi, disegno luci e ambiente sonoro di grande efficacia.»

Renzo Francabandera, PAC

«[…] In questo interno ha luogo la tragedia, e Lorenzi ne restituisce una meccanica chiara, leggibile e che in diversi momenti raggiunge una potenza evocativa e rivelatoria caratteristica della lucidità profetica di Pasolini […]. Lo spettacolo mostra una particolare chiarezza di idee che non chiede e non indulge in ammiccamenti e ricerche di consenso gratuito e facile da parte dello spettatore. 

Il risultato […] rappresenta dal punto di vista stilistico un’evoluzione della poetica registica nel senso della maturità, del chiarire le idee rispetto al cuore della questione rappresentata, del portare lo spettatore verso alcuni precisi punti di accumulazione […]. Il regista, come il pittore esperto, sa portare chi osserva il quadro ad andare con lo sguardo in alcuni precisi punti della rappresentazione, che diventano centri emotivo-simbolici, in cui l’opera trova la sua chiarezza rivelatrice.»

Stefano Casi, CasiCritici

«Di grande respiro è la prova registica e interpretativa di Marco Lorenzi con affabulazione, a cui probabilmente deve molto anche la presenza di una dramaturg come Laura Olivi, che ha rimodulato il testo originario (anche con tagli significativi e riprese e dislocazioni di versi) offrendone una versione sorprendente. Che si basa su un assunto che sposa due nodi nevralgici del teatro (e non solo) pasoliniano: il sogno e il rito (in senso antropologico e misterico) […]»