da Molière
adattamento drammaturgico e regia
Lorenzo De Iacovo
con Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Elia Tapognani
assistente alla regia Emanuele Di Benedetto
scene Marina Conti
costumi Agostino Porchietto
luci Giulia Zenaro
composizioni e disegno sonoro Elio D’Alessandro
cura del movimento Mauro Fortunato
tecnico Adriano Antonucci
illustrazione locandina Tito Centomani
foto di scena Luigi De Palma
un ringraziamento speciale a Elena Conte
Uno spettacolo Crack24
Una produzione A.M.A. Factory
Nel cuore di una società ossessionata dalla performance, Jourdain è una donna sulla trentina, intrappolata nella sua incessante scalata verso il successo.
Ogni giorno è una frenetica corsa all’auto-miglioramento, tra lezioni di canto, danza e filosofia. In questa affannosa ricerca, Jourdain sacrifica la propria felicità e consuma chi le sta vicino, mentre il successo rimane un orizzonte irraggiungibile.La sua vita prende però una svolta quando il facoltoso Dorante le propone di invitare a cena Dorimene, la donna più bella e nobile del mondo. Da quel momento, Jourdain dedica ogni energia per essere all’altezza di quell’incontro, convinta di poter finalmente sedurre il “Successo” stesso e dimostrare di esserne degna sacrificando però ogni altra cosa presente nella sua vita.
È il 1899 quando Thorstein Veblen, ne “La teoria della classe agiata”, analizza la pulsione sociale perversa e profondamente radicata che spinge le classi meno abbienti a imitare le abitudini di consumo, i beni di lusso e i riti sociali delle classi più ricche. La definisce emulazione finanziaria: l’imitazione rovinosa di mere velleità per la rappresentazione di uno status, anziché la ricerca del rovesciamento della classe dominante. La felicità e il valore non risiedono nell’essere, ma nell’apparire di possedere, in una logica che Veblen definisce “spreco onorevole”.
Lo spettacolo nasce dalla profonda necessità di esplorare il tema del successo a ogni costo. Prendendo ispirazione dal Borghese di Molière, che anelava alla nobiltà, il nostro Borghese gentiluomo punta a interrogare il contesto contemporaneo con le parole di Molière: tutto sembra così lontano e tutto è invece così vicino. Oggi, come allora, ci muoviamo in un mondo pieno di ricchezze, non solo materiali, ma restiamo intrappolati in una sensazione di inadeguatezza. Siamo alla ricerca costante di approvazione nello sguardo degli altri, persino di sconosciuti, mentre veniamo travolti dalla violenza della positività e da una bulimia di “like”. La nostra è una “società della performance”, dove tutto deve essere mostrato e raccontato, che pretende continue opinioni, condivisioni, esibizioni e che non ammette né pause né cedimenti. Si fonda sull’autosfruttamento, in cui siamo allo stesso tempo padroni e schiavi, con un traguardo che si allontana continuamente.
Come Monsieur Jourdain segue lezioni di canto, danza e filosofia per avvicinarsi e conquistare la nobiltà parigina, così noi oggi rincorriamo mete incantevoli da fotografare, palestre da frequentare per restare in forma, modelli di successo da imitare. Inconsapevolmente, entriamo in un loop di iperattività che ci spinge fino allo stremo, dimenticando spesso il perché della nostra ossessiva ricerca di cambiamento. Il teatro diventa allora un tempo sospeso, uno spazio condiviso con gli spettatori in cui porci domande essenziali: siamo davvero felici? Che valore diamo al tempo che ci resta? Per chi vogliamo essere “abbastanza”?
Nel nostro allestimento, il Jourdain di Molière, con la sua fragilità, curiosità e genuina ricerca di felicità, diventa una donna che non si sente mai all’altezza, che vive di immagini irraggiungibili e cerca il successo solo per essere finalmente guardata. La sua è una risposta felicemente fallimentare, che scuote e commuove e che attraverso la risata ci costringe a interrogarci. Sempre in bilico tra comico e tragico, tra ciò che Jourdain sembra capire e conoscere di sé e ciò che non riesce a cogliere, si innesca la forza della commedia: quella capacità di farci ridere e, al tempo stesso, di farci innamorare della sua fragilità.
Note di Regia
Lorenzo De Iacovo
Fin dalla prima lettura di questo testo, ho immaginato una Jourdain donna imprigionata in una società tutta maschile, e forse è proprio questo l’elemento di maggior contemporaneità del nostro adattamento. Tolte alcune incursioni del Malato immaginario, il tentativo è stato quello di accompagnare la drammaturgia del Borghese, nata con un indirizzo più leggero, verso le grandi commedie sociali di Molière.
Mi affascinava l’idea che la cecità di Jourdain – intesa non in senso fisico, ma come incapacità di vedere la realtà circostante – fosse il sintomo di un grande, irrefrenabile sogno che la protagonista porta nel cuore. Ma questo sogno è autenticamente suo o è il prodotto tossico dell’iperstimolazione capitalistica?
Ritengo che l’intuizione tematica originale di Molière, quella relativa all’ossessiva ricerca dell’ascesa sociale fino al ripudio delle proprie origini, sia una delle più sottovalutate e attuali nella vasta produzione del drammaturgo francese. Egli ha messo in scena, con secoli di anticipo, l’essere umano contemporaneo, quello che Bauman legge quando afferma che il consumo ha trasceso gli oggetti materiali e si è spinto oggi al consumo di se stessi, delle proprie identità, per rendersi costantemente appetibili e seducenti.
Ed è la stessa società di cui scrive Baudrillard quando teorizza il concetto di iperrealtà, dove la realtà crolla di fronte al suo modello ideale. Oggi, la simulazione della felicità in pubblico è una performance sociale essenziale, più importante dell’essere felici in privato. Madame Jourdain, cercando la nobiltà, incarna perfettamente questa rottura tra essere e apparire, tra bisogno degli altri e amore non ricambiato, tra io e la società che ci circonda.

Tournée
PRIMA NAZIONALE
dal 16 al 20 gennaio 2026 — San Pietro in Vincoli, Torino





